GLI SQUALLIDI SPETTACOLI DI FEBBRAIO

Lo squalificante spettacolo politico al quale stiamo assistendo oramai da troppo tempo, non può che suscitare nostalgia dei tempi passati, quando Italia era sinonimo di eccellenza. Più passa il tempo, una Repubblica dopo l’altra, più la politica sprofonda nel ridicolo e non a causa della prossimità allo spirito del carnevale…Lo scenario cui abbiamo assistito che ha portato al Mattarella bis è stato tristemente emblematico. Si era paventata una timida illusione di un possibile nuovo assetto, quando in realtà tutto era deciso da tempo.
Già a novembre Carlo Messina, amministratore delegato e numero uno di Intesa Sanpaolo, prima banca italiana, auspicava che “l’ottimo è che Mario Draghi resti dov’è, a Palazzo Chigi, e anche Sergio Mattarella, galantuomo che ha gestito fasi difficili del populismo e della pandemia in modo unico, sarebbe bene non cambiasse indirizzo e rimanesse al Quirinale”. Ed ecco assolto in pieno lo schema dello status quo, così caro all’establishment griffato banche&finanaza!
Come da copione la cupola bancaria decide e il Parlamento esegue, lasciando a quest’ultimo solamente l’illusoria parvenza di contare qualcosa. In fondo non è cosa così difficile influenzare, condizionare una gran parte di soggetti che sino a poco tempo prima manco sapevano cosa significasse fare politica (durante la cosiddetta Prima Repubblica avrebbero avuto anche difficoltà a fare gli uscieri), oppure anche semplicemente lavorare. Le svilenti conferme di questo “piattume” si sprecano, e non solamente nell’ambiente dei 5Stelle (cadenti), dimostratisi palesemente incapaci, ma anche tra i ranghi del centrodestra dove giravolte, repentini cambi di direzione e ammiccamenti sempre più sinistri e filo progressisti, sono oramai una costante.
Il contrario di ciò che succede a sinistra dove PD et similia continuano imperterriti la loro corsa allo sfascio del tessuto economico e sociale. In fondo rimangono i più coerenti poiché ciò che dicono in campagna elettorale lo mantengono. Proni ai dettami dell’UE, promotori ed invasati sostenitori dell’ideologia Gender e dell’immigrazione selvaggia, ma soprattutto ferrei sostenitori del “pool scientifico” nonostante le palesi responsabilità della disastrosa gestione della pandemia.
Il centrodestra è invece oramai imploso, le elezioni saranno a scadenza naturale e, come pare – non solo da voci di corridoio – potranno vedere un ritorno ad una legge elettorale proporzionale che aiuterebbe a contenere l’espansione della destra guidata da una tenace ed incoraggiante Giorgia Meloni, giunta a percentuali molto importanti tanto da far impaurire anche il povero cavaliere che ha deciso la sua censura nelle reti Mediaset.
Ma da un ritorno al proporzionale scaturirebbe una instabilità politica che agevolerebbe ancor di più chi ha necessità, se mai ce ne fosse ancor bisogno, di imporre nuovi “governi tecnici”.
Sul versante centrista invece può benissimo prendere forma un grande contenitore, un coagulo forzato dalle più disperate anime, da Salvini, disponibile a qualsiasi “inciucio” pur di rimanere aggrappato ad una qualsiasi poltrona, a Toti e Brugnaro, passando per Lupi e magari anche il buon Matteo Renzi, senza dimenticare di far rifiorire qualche altra vecchia “Margherita”, il tutto con il beneplacito di Mario Draghi.
Nulla di esaltante, tutto di nefando, un po’ come il Festival di Sanremo, pregno di cattivo gusto con sedicenti quanto improbabili “artisti”, perlopiù prodotti da laboratorio. Da tempo oscenità e blasfemia – ovviamente indirizzata a senso unico e ben attenta a non toccare altre religioni meno remissive e più reattive di quella cattolica – sono spacciate per libere espressioni d’arte. Guai a trattarle per quel che realmente sono, il rischio è quello di apparire politicamente scorretti! Intanto l’irreversibile decadenza dell’Italia (a partire dall’inverno demografico!), ormai priva di saldi ancoraggi, di chiari punti di riferimento positivi, fa riecheggiare nella mente le parole di Ezra Pound: «Gli artisti sono le antenne della razza umana. Gli effetti del male sociale si mostrano nelle arti».

Piero Puschiavo

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