L’ITALIA: BANDO ALL’IGNORANZA (Prima parte)

Pubblichiamo un documento in 4 parti ad opera di Emilio Giuliana di storia documentata.
La seconda parte sarà pubblicata martedì 28 aprile.
Buona Lettura!


Dall’unità d’Italia -1861- i cittadini aventi diritto al voto erano il 2%; nel 1882 il 6,9%, nel 1912 il 9,4%, nel 1919 il 34%. «Il fascismo ha distrutto la democrazia». Quale democrazia? La vecchia, corrotta e massonica Italia ottocentesca, riemersa in blocco, con gli stessi difetti e più o meno con gli stessi uomini, nel dopoguerra. Unità d’Italia voluta e pianificata a tavolino dall’aristocrazia e borghesia massonica britannica, la stessa che in considerazione degli storici rapporti tra Corona britannica e i Savoia, suggerirono, accompagnarono ed imposero il regime politico in grado di garantire la solidità del governo d’Italia. La condizione necessaria ad ottenere il consenso inglese sarebbe stata espressa, formulando l’auspicio che il Capo dell’Esecutivo, posta alla guida del nostro Paese, potesse attribuirsi facoltà decisionali, non compromesse non ritardate dal complesso iter legislativo del nostro Paese, spesso impercorribile, a causa delle eterne discordie in casa socialista e dei minacciosi propositi del neo Partito Comunista Italiano. Il che sarebbe avvenuto nella prospettiva che una rapida attuazione del programma politico italiano, avrebbe permesso all’Italia di svolgere fra l’altro il ruolo di “garante” degli interessi britannici nel Mediterraneo. Fra quest’ultimi, si annoverano i vantaggi derivanti dall’influenza che Londra avrebbe inteso esercitare sull’economia italiana, dipendente, come noto, dalla disponibilità dell’altrui petrolio. La scelta del leader idoneo alla guida dell’Italia doveva dunque essere subordinata alle esigenze delle Compagnie petrolifere inglesi, propense a sostenere la candidatura di un Capo del governo italiano che diventasse anche un loro buon cliente, guadagnando l’autorità sufficiente a privilegiare le forniture all’Italia del petrolio britannico. Tale pretesa che, negli auspici di Londra, permetteva di prevedere una buona penetrazione del mercato italiano dei prodotti petroliferi inglesi, avrebbe suggerito a Londra di adottare la prassi diplomatica d’oltremanica, non certo incline a scoraggiare eventuali svolte totalitarie nella conduzione politica del nostro Paese, qualora risultassero utili al consolidamento e allo sviluppo del rapporto commerciale anglo – italiano. Londra si sarebbe dunque espressa in favore della candidatura di un leader italiano, corrispondente al modello richiesto dalla ragion politica inglese. Secondo i calcoli britannici, il Capo del governo posto alla guida dell’Italia avrebbe dunque potuto assumere orientamenti totalitari, non tanto per risolvere i problemi interni, quanto per non porsi in contrasto con gli interessi inglesi. Questo significava, fra l’altro, che nell’ipotesi in cui gli interessi italiani fossero stati divergenti da quelli inglesi, la diplomazia britannica, tradizionalmente rappresentativa della democrazia parlamentare, avrebbe facilmente ravvisato gli estremi di una condotta antidemocratica del governo italiano, legittimo motivo di condanna sul piano politico. Si sarebbe così appreso (grazie anche al pensiero di Guy Debord, felicemente espresso nel suo indimenticato “la società dello spettacolo” in cui l’autore sostiene che: la democrazia non vive tanto dei propri meriti, ma sopravvive in virtù dei propri nemici) che una certa tecnica dei regimi democratici si sarebbe a tal punto perfezionata da ritenere indispensabile alla sopravvivenza della democrazia la creazione di un suo antagonista. In altri termini, i regimi democratici, o sedicenti tali, avrebbero spesso favorito la costituzione delle dittature laddove le ritenessero confacenti ai loro interessi politici ed economici, perché ogni azione da essi intrapresa per tutelare questi stessi interessi o ripristinarli, quando fossero stati lesi o rischiassero di essere compromessi, sarebbe stata democraticamente giustificata e magari degna del plauso popolare. Il leader considerato idoneo a guidare l’Italia, forse inconsapevole di essere stato prescelto fin dal 1914, avrebbe guadagnato popolarità grazie alle sue doti di comunicatore e ai mezzi finanziari messi a sua disposizione da Londra. L’illusione di poter agire nell’esclusivo interesse del popolo italiano e per il bene dell’Italia sarebbe stata fin troppo evidente in quella sorta di inedito vangelo, politico, culturale e forse anche religioso, che questo leader avrebbe concepito e redatto per darlo in uso alle italiche genti, proponendosi, forse con eccessiva presunzione, ideologo e profeta di una rinascita nazionale, le cui vie si sarebbero più tardi confuse tra i sinistri bagliori della guerra. A fare di costui un colpevole di turno avrebbero in larga misura contribuito tutti gli italiani che lo seguirono per poi ritenerlo responsabile della loro delusione. Non giovandogli certamente, nel bilancio della sua opera complessiva, l’imperdonabile errore di avere contratto un debito perpetuo con i Servizi Segreti inglesi. (continua)